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Anoressia e bulimia e sessualità

di Pietro Enrico Bossola

PREAMBOLO

L’anoressia e la bulimia insieme all’obesità e ad altri disturbi dell’alimentazione sono un fenomeno che in questi anni ha raggiunto livelli mai riscontrati in altre epoche storiche.

I fenomeni legati all’alimentazione sono diversi, ma sicuramente condividono un tratto: tutti hanno un doppio risvolto, che possiamo individuare nel fatto che evidenziano una sofferenza soggettiva e nello stesso tempo sono rappresentanti di nuovi stili di vita o per lo meno un nuovo modo di porsi di fronte al mondo.

In particolare l’anoressia rende conto di un ideale della società contemporanea, tutta incentrata nella valorizzazione della magrezza e dell’asciutezza per il corpo della donna. Non è un caso che i negozi di abbigliamento femminile alla moda vendano solo le taglie più piccole e che le donne un po’ più “in carne” abbiano difficoltà a trovare abiti che siano frutto di una ricerca estetica. In fondo tutto questo è un messaggio preciso per le donne, neanche tanto velato: una donna se vuole essere ben vestita deve essere decisamente magra.

Insomma la magrezza è diventata un imperativo a cui le donne non possono o non riescono a sottrarsi. Vediamo il riscontro nelle giovani che sono perennemente in cura dimagrante o prese dalla preoccupazione per la linea. Tutto ciò comporta una perdita di serenità e la formazione di risposte reattive nelle più giovani, che hanno modificato radicalmente il modo di mangiare e creato un disagio diffuso se non una nevrotizzazione del rapporto delle donne con il cibo.

Se, per un certo verso, l’anoressia rappresenta il polo positivo, in linea con una tendenza della contemporaneità, in particolare italiana, verso l’attuale ideale della donna, l’obesità, invece, rappresenta la radicale presa di distanza dall’ideale e, in fondo, dall’immagine del corpo, per come è visto dall’Altro. Ma rappresenta anche una forma di cedimento, di non tenuta rispetto alla spinta sociale al controllo del proprio mondo pulsionale.

IL DISAGIO ALIMENTARE NON È UN PROBLEMA EDUCATIVO DELL’APPETITO.

Insomma ogni forma di disagio alimentare ha un posto particolare nell’immaginario sociale e rappresenta istanze diverse del proprio mondo interno, ma quello che è più interessante è che nessuna di queste forme è una difficoltà biologica o una patologia dell’appetito, ma sono formazioni, che noi rileviamo dal lato della posta in gioco soggettiva.

Questo è il punto centrale che assumiamo. Oggi come oggi esistono diverse esperienze di trattamento dei fenomeni alimentari, ma molti di essi sono di fatto luoghi in cui si pensa che queste problematiche si risolvano attraverso la rieducazione del comportamento e la volontà.

Noi rifiutiamo questo, non pensiamo che ci troviamo di fronte a condotte deficitarie, ad atteggiamenti in qualche modo voluti coscientemente. Non ci troviamo di fronte ad una diseducazione alimentare. Facciamo un grave torto a chi è portatore di una problematica alimentare ridurre una sofferenza che riguarda la loro parte più intima ad una banale “diseducazione”. Non ci accorgeremmo, non solo della loro sofferenza, ma non ci renderemmo conto delle questioni fondamentali che queste persone portano a sé stesse, ma in fondo anche agli altri.

Faremmo una brutta operazione perché, ancora una volta, negheremmo a loro, la portata comunicativa, di interrogazione e di valore che questi sintomi portano nel loro segreto.

Queste formazioni sintomatiche, in realtà, non sono, solo, il segno di qualcosa che non torna nel soggetto, ma sono degli annodamenti soggettivi, che hanno a che fare con la propria identità in rapporto al proprio corpo, agli altri e soprattutto alle parole in cui si è immersi. Le parole possono designare, giudicare, diventare affilate, tanto da segnare nella carne le persone. Quanto dolore provoca la parola che stronca e ancor peggio la parola che costringe ad essere qualcosa che nel profondo si rifiuta.

Le parole degli altri producono, a volte, immagini, segnano il corpo, lo inventano a loro misura, espropriando il soggetto dalla possibilità di avere un incontro con l’Altro e con il proprio corpo.

Insomma ci siamo resi conto ascoltando le anoressiche, le bulimiche, le obese, che esse sono imprigionate e spesso esiliate dal mondo delle parole, tanto da attuare un ritiro da esse. Non fanno più conto sulla parola come veicolo per un incontro reale con l’Altro e soprattutto non credono che possano organizzare il proprio mondo emotivo e affettivo.

Ma questo non credere ha degli effetti potenti di cui loro diventano il segno.

Il corpo va nutrito dalle parole, quando la parola si congela, il corpo si devasta, diventa il campo di battaglia delle parole, che invece di nutrire, solcano il corpo come un aratro distruttore.

PARADOSSALMENTE L’ANORESSIA E LA BULIMIA SONO UNA SOLUZIONE.

Fino ad ora abbiamo parlato, su queste questioni, di soggetti femminili. Non è un caso, perché effettivamente, l’anoressia e la bulimia sono fenomeni prettamente femminili. E’ vero che anche i maschi sono soggetti a queste forme, ma si è riscontrato che, quando un uomo ha problematiche simili, in realtà soffre di questioni più complesse, di cui ora non ne parleremo. Non intendiamo svalutare il tema, ma merita un attenzione diversa e particolare, che andrà fatta in un altro lavoro.

Le statistiche e la nostra esperienza clinica ci dicono che è nel mondo femminile che troviamo quello che definiamo come anoressia e bulimia.

Un altro aspetto importante, quando si seguono persone con queste problematiche, è la rilevazione dell’insorgenza di questi disturbi.

Abbiamo verificato, molto spesso, che l’insorgenza avviene nell’incontro del soggetto con la causa sessuale: quando conosce un partner, una separazione, la riedizione di una vecchia questione non risolta in precedenti rapporti, oppure semplicemente quando si presenta una difficoltà di coppia, che, a qualche livello, mette in discussione la propria posizione sessuale con l’Altro.

L’essere presa in causa come donna nella relazione con la sessualità può produrre un annodamento a livello del desiderio, dell’amore, del godimento, che ha come effetto la messa fuori causa della parola.

L’effetto è anche, per converso, la causa stessa, nel senso che il soggetto si è trovato nella difficoltà a riconoscere un potere della parola ad articolare le funzioni del desiderio, del godimento e dell’amore stesso.

Anzi esse hanno organizzato un’articolazione facendo entrare in campo le dinamiche proprie dell’anoressia e della bulimia.

Un soggetto non può vivere se non prova a creare un proprio rapporto con le dimensioni dell’amore, a partire da come vive il godimento e il desiderio. Può non riuscirci, ma rivolgerà, intimamente, ogni sforzo per dare consistenza a questo intrecciarsi di cose.

La parola è fondamentale per farlo, ma soprattutto una donna giovane si può trovare nella posizione di colei che incontra delle parola che riguardano il suo essere donna che vanno, purtroppo, nel senso di mancare a dare un contributo alla questione. La donna incontra nella parola un’esigenza, ma nello stesso tempo un limite, che la può portare a quello che si diceva prima, a vivere il corpo come un campo di battaglia, in fondo perché, appunto, le parole hanno mancato l’appuntamento con la femminilità e l’essere donna, lasciandola nella necessità di utilizzare altri modi per articolare il desiderio, il godimento, il corpo e quindi l’amore

ANORESSIA E BULIMIA…E SESSUALITÀ

Abbiamo constatato clinicamente che ciò che è complesso e fonte di un eventuale profondo disagio nell’incontro con la sessualità, tanto da poter provocare un’anoressia o bulimia, non è la relazione con l’altro polo, ma anche per la donna ciò che risulta problematico è il rapporto con il suo essere donna nella relazione sessuale.

Anche perché la psicoanalisi ci insegna che esiste una sessualità umana, perché essa non coincide con i dati biologici che il corpo porta. L’essere uomo, piuttosto che donna, è frutto anche delle scelte soggettiva. In questo contesto non possiamo dilungarci molto, ma la clinica e il suo bagaglio teorico ha mostrato chiaramente come nell’adolescenza si ritrovi la fatica e la sofferenza per arrivare ad assumere una posizione sessuale. Non sempre coincide con quella biologica.

Insomma, assumere il lato maschile, piuttosto che quello femminile, ha a che fare con la propria soggettività. Questa affermazione è secca e breve, se ne potrebbe e se ne dovrebbe parlare a lungo, ma ciò che è chiaro a tutti è che la sessualità umana, appunto, riguarda in modo forte la propria posizione nei confronti degli elementi costitutivi l’essere maschio o l’essere donna.

Si sono scritti libri interi sull’adolescenza, e il loro minimo comune denominatore è la concordanza intorno all’idea per cui quella etàappare come quella dove l’identità sessuale inconscia è poco definita, cosa che appare visibile e riscontrabile attraverso le angosce e le paure di avere un’identità diversa da quella che si pensa di avere.

Queste angosce spesso si risolvono, ma a volte formano una sintomatologia, o sfociano in posizione soggettive difficili che possono portare anche alle questioni che stiamo trattando.

Ci vogliamo anche soffermare anche alle parole importanti di Freud nel suo testo “Tabù della verginità”, nel quale egli spiega soprattutto il tabù della femminilità. Egli dice che ad essere tabù non è semplicemente l’attività sessuale, ma lo è la donna in quanto tale.

L’uomo tende a considerare la donna come un tabù, è sconcertato dalla femminilità, la teme, ha paura di esserne contaminato e in definitiva finisce per rifuggire e disprezzare la femminilità come qualcosa di angoscioso e pericoloso. A tutto ciò, però, non sfugge nemmeno la donna stessa, in quanto, anche per lei, la femminilità è qualcosa che presenta un’alterità e un mistero.

Queste considerazioni freudiane sono importanti, perché ci riportano all’idea per cui, per la donna, accedere alla sua femminilità, implica attraversare un territorio di paure , difficoltà, di tabù, che spesso si esprimono in modo sottile, ma non per questo meno drammatico.

A volte sono i silenzi, ma spesso sono le parole degli altri, quando toccano l’essere donna, ad essere espressione di grande disagio per un’adolescente e per una giovane donna.

Lacan diceva che non esiste il significante della donna e quindi dire, da parte dell’Altro, sull’essere donna di una donna porta a qualcosa di non completo, di non riscontrabile, fino a ad arrivare a esprimere qualcosa che nega alla donna la possibilità di far conto sulle parole, perché mancano completamente la questione, costringendo la donna a rifugiarsi nel rifiuto.

Certo, come dice Lacan, è impossibile “dire la donna”, perché ne manca il significante che la definisce, ma è vero che su questa impossibilità ci sono risposte diversissime che possono portare all’amore come all’odio e al rifiuto.

Insomma trovare il cammino della femminilità è la vera sfida per la donna, ma anche per l’uomo.

Per l’uomo, se non c’è un suo accesso al così detto “mistero femminile”, rischia di usare i simboli della mascolinità come difesa dall’incontro con la donna. Magari ha rapporti con le donne, ma ci riesce a condizione di tenere il rapporto a livello della pura dimensione fallica.

La giovane donna, invece, si ritrova, anche inconsciamente, a cercare nello sguardo e nei discorsi degli altri, piccoli segni che aprano la strada della sua femminilità.

In altri termini, intendiamo dire che non possiamo affrontare l’anoressia e la bulimia senza tener conto di quello che avviene a livello della sessualità ed in particolare del modo che, sia il ragazzo, ma anche la ragazza, hanno per affrontare la femminilità come la vera alterità per entrambe i sessi.

Nei nostri incontri, spesso ci sentiamo dire dalle analizzanti che avere il corpo “senza le forme” è un modo per evitare l’incontro sessuale, togliendo di mezzo il corpo come causa del desiderio stesso. Dietro questo tipo di affermazione, sicuramente ci sono diverse valenze, ma è evidente il tentativo di avere eventualmente l’amore di un uomo, ma privando se stesse e l’uomo dell’oggetto del desiderio. Per non “sentirsi usate” dicono, ma anche per segnalare che una donna non è tutta nell’atto sessuale; in ogni casoindicano sempre un al di là, un c’è dell’altro che effettivamente non si conosce, ma che dove, per avere un rapporto con la donna, bisogna portarsi.

L’anoressica e la bulimia sottolineano quanto detto, ma lo vivono attraverso una dimensione di rifiuto, come estrema difesa dall’insopportabilità del toccare queste cose, a causa di mille ragioni che hanno segnato una radicale difficoltà a seguire la via di cui si parlava.

Ma ciò non di meno esse segnalano, attraverso le loro modalità che in realtà non sono fuori da queste questioni, “semplicemente” utilizzano il corpo come modo non simbolizzato per accedere alle questioni di cui stiamo parlando.

L’ANORESSIA E LA BULIMIA A COSA RISPONDONO?

Il discorso comune ci ha abituato a pensare l’anoressia e la bulimia come una difficoltà, una patologia o, per lo meno, una forte sofferenza.

Certamente questi elementi ci sono tutti, ma è necessario cogliere qual è l’elemento positivo insito in queste cose, qual è la scommessa che fa di questi fenomeni un’opportunità per il soggetto e per il messaggio inconscio che vogliono trasmettere.

Di che cosa fanno segno?

Nella loro enigmaticità, fanno segno a “color che sono intenditori” del rapporto che esiste tra il corpo, il desiderio e il godimento.

Entrambe le forme si sono assunte la “iniziativa” di modificare il proprio corpo e in qualche modo di trattarlo, attraverso la privazione e il dimagrimento, piuttosto che riempiendolo e svuotandolo.

Quello che avviene normalmente nella relazione del soggetto con l’Altro, o per meglio dire, con il linguaggio, nell’anoressia e nella bulimia, avviene attraverso il corpo.

Entrambe le forme hanno ben in mente la distinzione tra il corpo del linguaggio e il corpo, per lo meno nell’ambito delle nevrosi. Non c’è coincidenza tra soggettività e corpo. Non siamo il nostro corpo.

Come si diceva precedentemente, il corpo si sostiene ed esiste nella misura in cui è frutto della parola. Questo vuol dire nascere alla parola.

Le espressioni: “sono trasparente”, “mi sento cadere” danno l’idea della caduta che il corpo può subire quando non incontra parole che non incidono il corpo e diventino parte del corpo stesso e gli forniscano un’immagine.

In altre parole, l’anoressia e la bulimia lavorano all’interno della distinzione tra il corpo come frutto della parola e l’organismo fatto di carne. Lavorano nello scarto che esiste tra corpo umanizzato e l’organismo reale, privo di ogni valenza simbolica.

Nell’anoressia questo lavoro si esprime andando incontro alla rinuncia alla “carne”, attraverso la magrezza ed in ultima istanza, attraverso il desiderio di niente.

Essa, non solo rinuncia ai suoi oggetti, al cibo, rinuncia anche al corpo “in carne” a favore del corpo delle parole. Questa rinuncia, però, è resa inequivocabile riducendo il corpo a puro tratto.

Vi è quindi, una netta separazione tra corpo e parola, che è attuata per privilegiare e segnalare la centralità del linguaggio e della parola come elementi costitutivi dell’amore e del desiderio.

In fondo siamo tutti anoressici, quando entriamo nel mondo della parola, del corpo, perché quando parliamo, in realtà, non ci riferiamo del tutto a ciò di cui si tratta; parlando, si va al di là della comunicazione e si entra in altri registri, tra cui quello della domanda, in particolare d’amore. Quando si parla di qualcosa, si evoca sempre qualcosa d’altro.

Le anoressiche lo dicono chiaramente: “parlo e i miei genitori mi danno cose, senza capire che io mi aspetto altro”.

Insomma l’anoressica radicalizza, fino a creare una netta separazione, la cesura esistente tra parola e corpo, per segnalare e rendersi stigma della parola e del desiderio. Tutto ciò per dire: “non voglio niente, voglio fare entrare questo niente come qualcosa che indica qualcosa del mio essere di parola”. Quando si desidera si sostiene la parola di fronte alla mancanza.

La bulimia invece tocca una questione diversa. Mentre l’anoressia è una rinuncia al corpo e al godimento del corpo, la bulimia sottolinea la centralità del godimento. Si rende conto, dell’importanza del tratto anoressico e della sua operazione su cui è d’accordo, ma non dimentica il corpo come luogo del godimento. Il suo è un modo per articolare la dinamica del desiderio con il godimento presente al corpo. Anche se questo godimento è indicato solo attraverso il riempirsi e lo svuotarsi.

In definitiva l’anoressia e la bulimia rispondono a questioni comuni a tutti, la differenza sta nella difficoltà, se non l’impossibilità, che incontrano a livello del processo di soggettivazione e di particolarizzazione.