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La psicoanalisi applicata alle istituzioni terapeutiche e l’avvio del centro clinico (cecli) a milano

di Domenico Cosenza  

I – Un’istituzione allo stato nascente

Prendo la parola con piacere, come direttore del Centro Clinico di Psicoterapia e psicoanalisi applicata (CECLI) di Milano, anzitutto per annunciare al pubblico, per la prima volta in una sede congressuale, la sua apertura. Essa avviene ora dopo un periodo di gestazione durato un anno, tempo necessario alla costituzione di un’equipe di colleghi, tutti membri della SLP, desiderosi di far esistere anche nella nostra città un’esperienza clinica istituzionale inedita, che ha preso avvio nel 2002 a Parigi con la fondazione del primo CPCT, estendendosi poi a macchia d’olio in Francia, Belgio, Spagna, Argentina e Brasile. Questa iniziativa, avviata dall’Istituto Freudiano in stretta collaborazione con la SLP, si apre alla città di Milano ed alle sue istituzioni, e a tutti i soggetti che vi vorranno accedere. Vuole essere un modo nuovo d’incarnare l’esistenza della psicoanalisi all’interno del legame sociale e del tessuto collettivo della città.

Trattandosi di un’esperienza che inizia, cioè di un’istituzione che ha appena preso avvio, proverò qui a dire in breve alla luce di quali coordinate di lettura si orienta il suo funzionamento, quali principi lo ispirano, e quali elementi di discontinuità lo caratterizzano rispetto ad altre esperienze di psicoanalisi applicata al campo istituzionale.

II – La psicoanalisi e la città

Partirò da un riferimento storico che ci riguarda. Cinque anni fa, nel maggio del 2002, organizzammo proprio nella città di Milano il primo Convegno della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, che aveva come titolo “Gli psicoanalisti e la città. La primavera della psicoanalisi”. Mi piace ricordarlo in questa occasione, perché già lì si poneva chiaramente per noi il problema di come produrre un nuovo modo di annodare la psicoanalisi alle metamorfosi del discorso sociale contemporaneo, reinventando la funzione della pratica freudiana alla luce del mutato Spirito del tempo. La questione per noi era decisamente mutata non solo rispetto all’epoca di Freud e dei pionieri della psicoanalisi. Un mutamento d’epoca si era prodotto con gli sviluppi delle società postmoderne del capitalismo avanzato e, grazie anche al dispiegamento progressivamente più vasto dei mezzi di comunicazione di massa, di un mondo sempre più globalizzato. In quel convegno del 2002, divenne più netto per noi, grazie soprattutto alla lettura offerta da Miller, il punto di discontinuità tra la lettura di Freud del disagio della Civiltà, e la lettura di Lacan. La metamorfosi del disagio della Civiltà sposta l’asse di lettura e di intervento della psicoanalisi da un assetto fondato sulla centralità della legge del padre e dei suoi effetti mortificanti sul desiderio (centralità propria alla condizione del soggetto nevrotico, al cuore dell’indagine freudiana), ad un nuovo assetto. Nelle cosiddette società postdisciplinari, è infatti l’imperativo al godimento, il dover godere senza limite, la precarietà o l’inoperatività della funzione simbolica, a trovare una centralità inedita. Era questa la nuova diagnosi del disagio della civiltà che Lacan formulava chiaramente all’inizio degli Anni ’70 nel suo scritto Radiofonia: l’ascesa allo zenit sociale di ciò che lui chiama il godimento e l’oggetto (a), un principio di soddisfazione autodistruttiva, al di là del principio di piacere, che assume una forma senza limite. Si poneva allora per la psicoanalisi il problema di come far fronte a questa grande trasformazione, permettendo all’analista di oggi di continuare ad occupare la sua posizione di partner della singolarità irriducibile del soggetto, tenendo conto del mutamento di coordinate prodottosi rispetto all’epoca di Freud.

III – Contrastare l’eclissi del soggetto

Questa esigenza diventa oggi ancora più forte, se teniamo conto del fatto che il discorso sociale contemporaneo presenta un isomorfismo peculiare che riconduce al medesimo risultato le nuove forme sintomatiche e le tendenze oggi dominanti nel campo della diagnostica e della terapeutica. Se da un lato infatti ritroviamo nelle prime una tendenziale difficoltà del soggetto a reperirsi all’interno di coordinate simboliche ed un prevalere di ancoraggi di tipo immaginario e segregante, dall’altro le seconde presentano, nella loro tendenza a riaffermare il primato degli standard diagnostici e terapeutici centrati sul disturbo, un’altrettanto chiara tendenza ad elidere il riferimento alla singolarità.

La psicoanalisi si presenta oggi, in particolare nell’orientamento che Lacan ne offre, come il discorso che con più decisione punta, in un movimento in contrappunto con la tendenza sociale dominante, a rilanciare la causa del soggetto, senza con questo ricadere nella prospettiva nostalgica che punta a riesumare il riferimento all’ideale del Padre e della Legge propri della tradizione. Tradizione psicoanalitica inclusa.

IV – Un luogo di risposta

E’ all’interno di questa cornice generale di riferimento, che l’attività del Centro Clinico diventa un modo d’incarnare concretamente l’azione della psicoanalisi nel cuore del discorso sociale. La prospettiva di Lacan, del resto, facilita questo genere di operazione, proprio per la natura non formalistica che egli aveva d’intendere l’essenza della pratica inventata da Freud. Lontano anni luce dal pensare che essa potesse trovare in un setting codificato il luogo effettivo della propria azione, egli riconduce la psicoanalisi alla struttura di un discorso, rendendo così possibile la sua esistenza al di là dell’identificazione ad un particolare contesto concreto. Non solo dunque essa non è riducibile al luogo dello studio dell’analista, più in generale è il rigore della posizione che si occupa rispetto alla parola del soggetto a determinare, a prescindere dal luogo in cui si opera, il funzionamento del discorso analitico. E’ a partire da questa posizione che si giustifica la fondazione del Centro Clinico come istituzione, all’interno del quale l’incontro con l’analista non è di per sé meno intenso per il fatto di essere più breve, e di essere gratuito. Non si tratta dunque di una psicoanalisi dei poveri, di un intervento meno psicoanalitico, distinto qualitativamente dalla psicoanalisi dei ricchi che si svolgerebbe nello studio privato dello psicoanalista. E’ infatti la dimensione di incontro ad essere posta al cuore della consultazione proposta nel Centro Clinico. Incontro con qualcosa di reale del soggetto che lo fa soffrire, e che diventa il vero focus del trattamento. Di questo reale insopportabile l’analista si fa partner, catalizzandone l’emergenza nella parola del soggetto che domanda la consultazione. Proprio per questo suo carattere di brevità, che fa precipitare la dimensione reale dell’incontro fin dai primissimi colloqui, sono gli analisti più sperimentati, i membri della SLP in primis, ad essere stati convocati per lavorare nel Centro Clinico.

Esso si configura, secondo la definizione offertane da Miller, più che come un luogo d’ascolto, di cui la città è piena, come un “luogo di risposta”, in cui qualcosa di essenziale del soggetto precipita nella sua parola, trova un ancoraggio simbolico nel discorso, costruisce la traccia di un incontro.

V – Il lavoro d’equipe

Al cuore del lavoro del Centro Clinico c’è il funzionamento dell’equipe. I casi seguiti verranno discussi e vagliati uno per uno collettivamente, alla ricerca della questione singolare che ciascuno incarna nella sua particolarità, e della soluzione soggettiva che l’incontro con l’analista in istituzione può realizzare. Ma è il lavoro di ricerca di un’intera comunità internazionale di analisti a convergere nella discussione del caso clinico. Nel corso di quest’anno l’equipe ha lavorato nella lettura e discussione attenta dei casi trattati nei Centri Psicoanalitici di Consultazione e Trattamento, sperimentando la dimensione innovativa che questa modalità di esistenza della psicoanalisi in istituzione comporta. Ora è finalmente giunto anche per noi il momento di avvio di questa esperienza.