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Le attività terapeutiche

 di Giuseppe Pozzi

Programmi per l’elaborazione della paura dell’altro e per la riabilitazione dei soggetti disabili (psichici, mentali, fisici) sono quindi due tipi di progettazione sociale che ha visto impegnate molte istituzioni e molte persone negli ultimi anni. Programmi che coinvolgerebbero anche un’altra arte impossibile, quella educativa. Un impossibile al quadrato, in un certo senso.

In questi ultimi anni, in effetti, sono proliferate scuole ed azioni di così detta “arte-terapia”.

Nell’ascoltare le testimonianze delle esperienze di quanto viene definito arte-terapia colpisce il tono entusiastico che gli operatori utilizzano ed il clima di festa in cui si propongono i soggetti (disabili) che usufruiscono di tali spazi ed esperienze “riabilitative” quando sono chiamati a testimoniare, in qualche modo, quanto avvenuto.

Ci siamo trovati spesso a confrontarci a nostra volta con tali esperienze e ci siamo anche interrogati sul valore di tali azioni e di tali testimonianze. Si tratta, in effetti, di poter dimostrare al mondo scientifico ed al sapere amministrativo la validità di tali azioni-intervento.

Non si vuole certamente qui tentare un discorso di validazione di tali esperienze ed azioni tuttavia una qualche riflessione, forti del fatto che ci si è misurati per molti anni sul campo, ci pare utile per la nostra stessa attività e per condividere con altre organizzazioni ed esperienze punti di vista o prospettive differenti.

Partiamo allora dal presupposto che se tutte queste esperienze hanno lo scopo di tentare dei percorsi di “riabilitazione” rivolti a soggetti gravi o comunque in difficoltà, indipendentemente dagli strumenti e dalle esperienze proposte e presentate è presumibile che si possa trovare un filo conduttore in grado di mettere in evidenza le strategie di base. Queste strategie di base dovrebbero, in qualche modo, richiamarsi, mostrare delle similitudini, almeno nelle problematiche da affrontare.

Non ci aspettiamo, invece, di trovare delle similitudini nelle tattiche impiegate.

Ci è capitato di incontrare queste esperienze ed anche di doverle commentare.

Abbiamo avuto la fortuna, forse, di ritrovare, di rintracciare un filo conduttore. Non ci interessa qui seguire indicatori di tipo classificatorio. Ci vorremmo limitare a prendere in considerazione due aspetti anche pratici e tipici della clinica: quella che potremmo chiamare di clinica dello sguardo rispetto a quanto, invece, potremmo indicare come clinica dell’ascolto. Lo sguardo implica il confronto-incontro con le immagini, tutta la tradizione medico-scientifica si attesta sostanzialmente sulla visione-verifica di immagini del corpo da curare; l’ascolto, invece, implica l’incontro con il discorso del soggetto e su questo punto si è da sempre orientata la pratica psicoanalitica oltre naturalmente tutta la tradizione e la storia della letteratura e, per così dire, dell’arte ….. non solo figurativa.

Ci pare allora necessario non solo vedere, ma anche sentire ed ascoltare nel caso che si possa incontrare e ri-conoscere un filo conduttore possibile nelle esperienze incontrate. Vederlo e sentirlo, quindi, senza dare un giudizio BENDATO ma con l’intenzione di lavorare queste esperienze, questi dati, offerti all’attenzione, per tentare un giudizio BENE DATO (dato bene) con la speranza che sia BENE DETTO (detto bene).

E non si tratta solo di gioco di parole, pur essendolo.

Si tratta di capire se tali esperienze possono entrare anche in un sistema di ascolto. Un sistema un po’ meglio attrezzato a livello simbolico. A livello, cioè, di quello che potremmo definire di legame sociale. Il legame che è necessario trovare da parte dello psicotico anche se non lo cerca. Esattamente come occorre che avvenga con il nostro ricercatore, impegnato dalla questione del soggetto, come un novello Diogene con la sua lanterna e disponibile ad accettare un incontro anche se è quello che non sta cercando.

Ci si vuole soffermare, in particolare, su tre esperienze di cui si è potuto constatare, nelle documentazioni proposte il percorso fatto e rappresentato sostanzialmente dagli operatori.

In queste esperienze si possono individuare o trovare due fili conduttori. Uno interessante l’altro un pò meno.

abbiamo colto l’utilità ed il risultato frutto di un lavoro simbolico. Tale cioè che assolve ad un compito legato alla clinica dell’ascolto.Questo è il primo filo conduttore interessante che sarebbe importante riuscire a mostrare, reperendolo in ognuna delle singole esperienze.

abbiamo anche colto l’illusione di potere (di potercela fare in un certo modo): il potere dell’immaginario. Tale cioè da assolvere ad una esperienza legata alla clinica dello sguardo. É la parte, per certi versi, meno interessante anche se, forse, fisiologica, ma che riserva proprio quegli impasse già segnalati da Saraceno nel suo testo del 1995. Si tratta di aspetti dell’esperienza che mettono inevitabilmente in gioco gli operatori nel senso di mettere in causa il proprio desiderio di operatori.

Vediamo da vicino di cosa si tratta.

Intanto il desiderio. Sì, quello degli operatori, naturalmente!

Il desiderio dei soggetti di cui ci si fa, per così dire, carico, è sempre un’altra cosa. Ne sappiamo sempre troppo poco per decidere di conoscerlo e assecondarlo.

Lacan fa notare, non senza preoccupazione, che pretendere o comunque sforzarsi di assecondare il desiderio dell’altro, in realtà, significa ucciderlo, soddisfare il desiderio dell’altro è un modo per elimninarlo. Il desiderio si può realizzare ma non soddisfare. La soddisfazione è solo quella della pulsione non del desiderio, ci dicono gli psicoanalisti.

Partiamo dalla questione generale. Quello che viene descritto è quanto avviene sulla scena. Stiamo trattando di esperienze che hanno a che fare con il teatro. Con esperienze, cioè, che agiscono sia sul piano “letterario” e quindi simbolico, sia sul piano scenico-visivo. Sulla scena si rappresenta sostanzialmente la propria presentazione. Gli attori, uno per uno attraversano il palco per dire chi sono. Nel senso più polisemico che comprende il dire chi sono anche se basta, appunto, pronunciare il proprio nome.

“Ecco chi sono” ci vogliono dire i nostri amici con il loro nome, con i loro echi e la loro … bottega di esperienze.

La questione è dell’essere, del soggetto, della sua questione propria e non dell’apparire, del comparire come oggetto dell’Altro, come la questione dell’Altro.

Tutte le esperienze indicano che si tratta di lavorare molto in équipe tra operatori ed in équipe con ….. i loro attori, per rimanere attinenti all’esperinza portata ed usare la metafora teatrale.

La questione estremamente interessante proprio sul piano del sapere, quello che si riferisce all’essere, all’essenza, al reale del soggetto, direbbe Lacan, è che gli attori che si presentano pronunciando il proprio nome sul palcoscenico si velano contemporaneamente allo sguardo. Un gioco vecchio e conosciuto. Nascondendo il mio sguardo non ho paura dello sguardo dell’altro. Perché di sguardo si tratta. Un sapere dello sguardo, non del soggetto, non dell’essere. Rimane presente nel discorso, comunque, un nome. Il nome, unico, del soggetto. La forza simbolica dell’azione sta qui così come viene rinforzata dal velo. La forza simbolica non può rivelare tutto proprio perché ri-vela.

Questo velare di nuovo è già un tempo due. Vuol dire che qualche cosa è avvenuto e poi occorre poterlo ri-conoscere perché esista. È proprio la questione esistenziale del soggetto.

Le dotte relazioni dei colleghi psicologi hanno spesso il pregio di mostrare quanto il lavoro “riabilitativo” fatto sia anche stato molto pensato e riflettuto. Fin da subito, tuttavia, si possono incontrare interrogativi di fondo quando per esempio, in queste relazioni si può arrivare a sottolineare “é molto importante chiedersi come pensa e guarda alla realtà una persona con una difficoltà cognitiva, se si vuole evitare di fare proposte confusive, che risultino un ostacolo ed un peso anzichè una nuova ed effettiva opportunità di espressione di sè”. Anzi sono proprio queste domande che, chi svolge la funzione di regia delle azioni e dei comportamenti di questi disabili, non può evitare di porsi.

Vediamo allora le due classiche questioni di fondo:

oggi, a distanza di mesi, mi chiedo se sia possibile dare forma drammatica a un laboratorio con disabili, illuminare i loro racconti e trasformarli in partitura artistica?

Si tratta di una questione strategica e varrà la pena affrontarla senza falsi preconcetti e con la serenità disincantata del ricercatore.

Ci limitiamo, a questo punto, a sottolineare, invece, l’importanza di una pausa interrogante dell’esperto che si ferma per ascoltare, per interrogare la sua stessa esperienza. É questa infatti la seconda questione:

ho cercato allora di sviluppare la qualità particolare di colui che sta in ascolto e attende, cercando di custodire i frammenti raccolti.

É proprio in questo tipo di ascolto che può succedere qualche cosa. É da questo tipo di ascolto che può prendere corpo l’oggetto stesso della rappresentazione centrata sul nome dell’attore.

Se si riscontra questa necessità di fermarsi ad ascoltare da parte dell’esperto vorrà dire che evidentemente era possibile percepire che dall’altra parte era in atto un qualche lavoro degno di essere ascoltato, non visto, ascoltato!

Che lavoro era in atto?

Lo si può sapere solo se interrogassimo questi attori. Di solito le relazioni che vengono proposte, con la necessità di sintetizzare e soprattutto di generalizzare quanto descritto o testimoniato, non possono presentare ognuno di questi attori che avrà una sua propria modalità di porsi nei confronti dell’oggetto in gioco, dell’idea operativa proposta ……

Si tratta certamente di un lavoro simbolico in atto. Un lavoro di ricerca e come tale un lavoro con un suo scopo. Quello stesso di trovarsi già al lavoro in un discorso di ricerca. La ricerca ha sempre a che fare con il ricercarsi, il desiderio stesso di ritrovarsi.

Il lavoro poi consiste , non a caso, di riappropriarsi del prorpio nome: proprio ciò che ci viene massimamente dall’Altro. Il proprio nome diventa l’oggetto/soggetto di cui riappropriarsi per ripresentarlo, all’Altro, come identità propria. Un lavoro titanico per tutti, un lavoro che avviene nel corso di un’intera esistenza, un lavoro simbolico necessario anche per questi soggetti, per i nostri attori nel senso più pieno del termine, nel senso di titolari del proprio atto. Della propria necessaria e nuova (seconda) nascita.

Lo spettacolo-azione diventa spettacolo discorso-di-verità-del-soggetto perchè riguarda la sua nuova nascita simbolica, nel nome del proprio nome ri-appropriato, ri-vendicato, ri-trovato, in una parola molteplice: ri-velato, nel senso di restituito all’Altro ma in quanto nome di cui ci si è riappropriati. Come può avvenire per ogni parola, per ogni discorso, per ogni esistenza umana.

Con i malati mentali ci si può permettere, a volte, percorsi anche più complessi. In questo caso si tratta di tener presente le diverse fasi e i diversi momenti della ricerca e della rappresentazione. Nel caso preso in considerazione ci vengono descritte due fasi:

l’avvio del laboratorio fotografico. Un lavoro con e sulle immagini, quindi;

il laboratorio di scrittura che si articola di conseguenza al primo. Un lavoro con e sulle parole. Un’azione di coinvolgimento per una creatività simbolica possibile.

Passare dall’immagine alla scrittura implica passare ad un ordine logico differente. L’immagine favorisce il gioco dell’immaginazione. Ci si può allontanare e perdere indipendentemente dalla realtà ma, grazie all’immagine, si rimane, per così dire, ancorati ad un qualche elemento del visibile. La scrittura implica uno sforzo di fantasia in più e paradossalmente un ancoraggio più robusto alla realtà. Richiede un lavoro di traduzione che dall’immagine porta il soggetto alla parola, al discorso in cui è da mettere in conto un certo grado di soggettività che fa lavorare in modo molto differente chi compie questo passo. Si tratta di un lavoro che permette la costruzione di un legame. È il discorso che contiene le potenzialità del legame sociale. La parola, come legame, ha la forza del legame simbolico. C’è indipendentemente dall’oggetto o dal soggetto a cui rinvia. È con il gioco di parole che il bambino accetta di essere separato dalla madre. Si rende conto che può vivere rievocandola con un gioco di parole. La madre, come lAltro essenziale da cui il bambino dipende può presentificarsi, può esserci grazie ad un gioco di parole che la rappresenta. È questo il gioco del rocchetto e del Fort-Da del bambino di Freud.

“Si aggrappava al Piccolo Principe per avere una prova letteraria del fatto che, effettivamente, ci si lasciava, si soffriva e si piangeva, ma che ci si continuava ad amare. Teneva sempre il libro a portata di mano, e ne conosceva i brani a memoria. Poichè erano stampate in un libro, ai suoi occhi quelle parole sembravano avere più autorità delle mie”

La parola nuova da scoprire e la scrittura di questa parola diventa il lavoro che coinvolge di più.

“É stata questa sicuramente la fase più interesante – ci dicono i nostri interlocutori – ma di certo anche la più difficoltosa …….”

La difficoltà specifica di questo lavoro simbolico è certamente di chi produce il testo a partire dalla propria esperienza di vita ma qui viene sottolineata la difficoltà degli operatori.

Effettivamente essere in presa diretta con la nascita delle nuove parole che servono per dirlo …. Dire qualcosa di specifico che riguarda il proprio essere è sempre foriero di inquietudine per tutti ma in particolare per chi assiste, più che per chi produce.

Questo perturbante è tipico di ogni esperienza creativa, soprattutto di scrittura e riguarda tutti, non solo le persone malate.

Il vero viaggio, se possiamo dire così è certamente da rintracciare in questa fase. Un viaggio carico di ansia e di sofferenza decisamente elevato.

L’operazione, a livello scenico avrà bisogno di una guida. L’ansia nei confronti dell’Altro non sparisce semplicemente perchè si è riusciti a scrivere qualche cosa di sè stessi anzi c’è da chiedersi se per caso non abbia proprio attinenza, questa paura, proprio perchè è stato scritto qualche cosa di sè stessi.

Ri-velarsi all’Altro ha la sua evidente ambiguità: svelarsi/velarsi.

Senza velo non sta in scena nessuna verità figuriamoci la propria.

Rimane la grande opportunità di perdere l’occasione per l’incontenibile volontà di comunicazione. Il fatto stesso di comunicare è già un grosso successo, un obiettivo da non trascurare. Se si comunica vuol dire che c’è già l’Altro. L’Altro è già stato, in qualche modo istituito dal soggetto che comunica. Il dramma è non comunicare perchè l’Altro pur essendoci, sempre non viene istituito dal soggetto al punto di poter iniziare il proprio viaggio, al punto di poter nascere. L’Altro significa molto concretamente il desiderio dell’Altro con cui interagire per affermare il proprio, per scoprire il proprio per ri-velare il proprio.

In epoca di globalizzazione avere a che fare con un’esperienza che si ritrova in un luogo che si definisce bottega e attraverso cui negli ultimi anni veniamo a sapere che sono passati ben 25 gruppi di disabili suscita curiosità, merita attenzione e rispetto. Anche se si tratta di piccoli gruppi abbiamo pur sempre oltre 120 persone coinvolte.

Già fin da quando viene presentata l’èquipe, in questa proposta, si coglie subito l’importanza di mettere al lavoro, con tutti e tra tutti, la “parzialità della propria visione e, di conseguenza, la necessità di scambiare con gli altri le proprie interpretazioni…..”

Qui abbiamo a che fare con adulti e ragazzi, là dove negli altri progetti si parla di operatori e pazienti.

Qui abbiamo a che fare con il transfert educativo perchè possa essere negoziato un utilizzo strategico con l’équipe.

Gli oggetti in gioco, poi, saranno i burattini ed una storia fantastica ma rappresentativa dei ragazzi e delle loro questioni: paure, angosce, ideali.

I ragazzi qui hanno una funzione speciale proprio perché sono contemporaneamente dentro e fuori dalla scena in quanto, la scena ècalcata dai burattini, appunto.

La griglia descrittiva della realtà in gioco sta ad indicare, senza descriverlo, il lavoro simbolico fatto, presumibilmente, con la fatica che ha contraddistinto lo stesso percorso delle altre esperienze. Qui ci si è sbizzarriti anche mostrando la distribuzione percentuale del tempo impiegato nelle varie tappe simboliche di costruzione del testo da rappresentare.

Abbiamo la terizzazione dell’esperienza ed il testo del racconto rappresentato dal gruppo che si fa chiamare “Boys and Fantasy”.

Siamo certi che questi 4 ragazzi hanno fatto ciascuno una propria singolare esperienza e percorso ancorchè accomunati dalla stessa narrazione teatrica.

Per tutti potremmo pensare che è avvenuto un incontro importante non certo con le basi scientifiche del progetto ma con qualche cosa che ha permesso loro di ri-trovarsi su un piano meno angoscioso, meno isolato, meno abbandonico.

Come li avrà resi questa esperienza?

Non credo sia l’esperienza in sé ma ciò che hanno potuto incontrare.

Una parola, un cenno, un segno, una persona. Si passa sempre, naturalmente da qualche persona che favorisce l’incontro ma poi, l’incontro, avviene là, in qualche luogo e con chi o con che cosa …. nessuno sa bene, prima che avvenga. La questione è molto semplice, forse, anche se è quella più complicata che capita a ciascuno di noi. Complicata perché, poi, non è più come prima, sei coinvolto in qualche cosa che ti causa. Un qualche cosa che è talmente universale che spesso non ci facciamo caso se non per teorizzarla. Si tratta del transfert, del lavoro transfert.

Quello che ci permette di capire che si sia trattato di vero incontro è, molto più spesso di quanto ci immaginiamo, l’incontro con il nostro pianto. L’incontro con il pianto.

Il pianto è certamente indice di qualche cosa di significativo che sta avvenendo in noi. Di qualche cosa che ha a che fare, per esempio, con il dolore della separazione e quindi della crescita.

L’importanza di incontrare il pianto ….. liberatorio: tutti sanno che è un chiarissimo indice di nascita simbolica!

Se l’esperienza di transfert parte sempre da un dato immaginario poi il lavoro che ne può derivare ha anche fare con la creatività simbolica. Una creatività che sa destreggiarsi proprio sull’assenza di sapere, o meglio sull’assenza e sulla mancanza semplicemente là dove il lavoro immaginario si appoggia sull’illusione dei poter avere dei punti di riferimento su cui contare.

Il transfert è di per sé un operatore immaginario potente che, tuttavia, permette di incontrare un’esperienza simbolica importante. Permette di saperci fare con l’assenza/presenza dell’altro da cui si dipende per imparare a farcela da soli. Per imparare a saperci fare con la propria esistenza: le proprie pulsioni ed i propri desideri, la propria domanda d’amore.

Si impara a saperci fare con la propria esistenza quando si riesce a giocare con l’assenza di chi ci assicura la vita. Per questo l’esperienza psicoanalitica parte dal transfert per permettere al soggetto di “liberarsene”. La miglio definizione di transfert la troviamo nel famosissimo racconto di Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe quando la volpe cerca di insegnare al piccolo principe che cosa vuol dire “creare dei legami”.

“Vieni a giocare con me – le propose il piccolo principe – sono così triste…”

“Non posso giocare con te, – disse la volpe – non sono addomesticata.”

“Ah! Scusa – fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: “Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?”

“È una cosa da molti dimenticata. Vuol dire ‘creare dei legami’…”

“Creare dei legami?”

“certo – disse la volpe – Tu fino ad ora, per me non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo ….”

È proprio nell’esperienza del gioco, in un’arte nota a tutti, fin da bambini, che si possono trovare risposte utili alla nostra esistenza. Utili nel senso della struttura stessa del legame in cui siamo collocati fin dalla nascita. Il legame va costruito per potersene disfare. È un percorso fisiologico che serve per trovare la nostra posizione nel mondo.

In questo senso ed in questa prospettiva, lo spettacolo, in sé e per sé è un falso problema, una falsa questione.

La scena è di per sè sempre spettacolare. Richiede una forma di spettacolarizzazione di qualsiasi cosa si voglia mettere in scena. Richiede il coinvolgimento attraverso un’immagine accattivante ma non agevola, necessariamente, l’incontro simbolico, l’incontro fortunato. L’incontro che il soggetto attende e che teme perchè lo mette in gioco per quello che è come soggetto lui stesso, innanzi tutto simbolico, frutto di una nascita simbolica, frutto di un atto simbolico, con i sui paradossi e conflitti.

La scena amplifica sì, ma che cosa, a ben vedere, amplifica, che cosa mette sotto lo sguardo? Sguardo dell’altro che penetra la nostra essenza rappresentata, tende a penetrarla al punto tale che è proprio per sottrarsi a questo oggetto sguardo concreto che il soggetto tende a ricercare forme per velare la propria apparizione, la propria ri-velazione.

La questione della scena, invece, coinvolge indubbiamente l’entusiasmo di testimonianza degli operatori a loro volta implicati in questo campo riabilitativo. Forse c’è una ragione importante nel constatare quanta proliferazione di attività-terapie anche molto creative si affacciano a questa nuova scena clinica. Scena aperta, in pratica, proprio dal fallimento del trattamento clinico.

Il passaggio dall’immagine alla parola è sempre un lavoro interessante. Forse non è un caso che le case editrici si vedono sempre più spesso interessate a pubblicare libri scritti da chi ha avuto un’esperienza importante sul piano della cura della disabilità e/o della malattia mentale. Solo per citare gli ultimi balzati anche agli onori della cronaca letteraria rimandiamo al libro Bianco su nero di Rubén Gallego, oppure Daimon di Patrizia Bisi oppure ancora Un campo di Fragole, di Renate Dorrestein per non citare invece i libri scritti da soggetti diagnosticati come autistici. Libri che parlano di come questi soggetti hanno potuto incontrare il loro singolare legame sociale proprio con il lavoro simbolico offerto loro dalla creatività o meglio dall’incontro con la parola. È la parola stessa che costituisce, come avviene per tutti, quel legame non mortifero con il proprio Altro che non è solo il lettore, che è il linguaggio stesso. Personaggi che si sono trovati un loro posto singolare nell’ampio spazio del linguaggio. Altro è invece sarebbe un libro scritto da un genitore che si ritrova ad avere un figlio disabile. Non ci riferiamo qui al lavoro che uno scrittore può fare descrivendo la vita dei genitori e del figlio disabile come ha fatto magistralmente Pontiggia con il suo Nascere due volte, ci riferiamo proprio, per esempio, ad un padre come Kenzaburo Oe con il suo Un’esperienza personale. Che senso dare a questa paternità? Il figlio menomato del racconto è infatti il figlio stesso dello scrittore. È co0me chiedersi che senso dare al dolore, alla sofferenza? Come chiamare questo dolore e questa sofferenza. Chiamare e nominare è già un modo di dare senso. La questione è aperta. Troppo aperta e può dare le vertigini. I genitori come gli operatori? No non è possibile questo paragone se non a livello simbolico. Ma poi c’è il reale, per questo occorre spendere qualche altra parole anche se di parole a questo livello non se ne riescono mai a trovare. Anche il lavoro simbolico incontra i suoi limiti e non tutto è, dice Lacan stesso alla fine del suo lavoro di insegnamento, simbolizzabile, nominabile dando un senso.

Perché ci sono delle persone che decidono che la loro attività professionale sia quella di stare con i matti? Non è una domanda peregrina. E non si tratta di interrogare chi lo fa per spirito di dedizione per fare qualcosa di utile nella società come la scelta di molte persone che vogliono fare i volontari. L’attività professionale significa fare degli studi mirati, trovare che quanto si decide di fare possa corrispondere anche alle aspettative delle scelte stesse. Il volontario in fondo può decidere liberamente di cambiare idea e di non fare più il volontario. Chi invece inizia magari anche per caso e poi rimane in questo campo suscita negli amici e nei conoscenti una certa curiosità critica. Che cosa muove gli operatori a fare quello che fanno per i disabili per i malati mentali per il terzo debole in generale?

Questa domanda viene rivolta, naturalmente anche alle maestre, quelle di sostegno come Torey L. Hayden. La cosa interessante che capita a questa maestra americana e che lei testimonia nel suo libro “Una bambina” è che la protagonista di questo stesso libro cioè Sheila, la bambina evitata da tutti quando incontra Torey trova il momento per chiederglielo lei stessa. Vediamo la sequenza in cui questa domanda si formula:

Ancora non riusciva a guardarmi: “Questo è l’unico posto al mondo in cui mi piace stare. Mi prendono tutti in giro, per questo, continuamente, mi dicono: perchè te ne stai lì tutto il tempo con un branco di matti? Pensano che anch’io sia matta. Non un pò strana, ma matta davvero. Altrimenti, perchè mi piacerebbe tanto stare qui dentro?”

“Bè,” replicai, “allora penseranno lo stesso di Anton e di me. Anche noi, allora, siamo matti.”

“A te non lo dicono?” (chiede Sheila) Per la prima volta mi guardò.

“Non direttamente. Ma ho il sospetto che non siano in pochi a pensarlo.”

“Perchè stai qui?”

Sorrisi. “Forse perchè mi piacciono i rapporti molto franchi. Finora le uniche persone molto franche che ho trovato sono i bambini e i matti. Perciò questo posto fa proprio al caso mio.”

Whitney annui. “Sì, forse è quello che piace anche a me, di questo posto: tutti manifestano esattamente quello che provano. Così, se qualcuno ti odia, lo sai subito.” Accennò un sorriso. “La cosa bufffa è che, a volte, questi bambini mi sembrano meno matti della gente normale. Voglio dire che ….” La voce si spense.

Io annuii. “Sì, ho capito che cosa vuoi dire.”

Per ogni operatore che decide di operare dentro questo campo clinico ed educativo le ragioni possono avere sfumature differenti, in relazione alla storia personale e familiare. In relazione all’articolazione del loro desiderio che li orienta in modo singolare. L’esperienza perturbante che offre l’incontro con il sapere del reale e quindi la prossimità alla verità del soggetto: “se qualcuno ti odia, lo sai subito”. La questione è proprio lì “chi sono per l’altro?” lo psicotico non fa molti sconti neppure agli operatori e la cosa interessante è che chi si trova veramente in difficoltà con il suo altro da incontrare privilegia chi non sa; privilegia l’operatore che si presenta con la curiosità di chi vuole capire; con la capacità di lasciarsi stupire essendo disposto ad amare e ad accettare chi e ciò che non conosce.

Ma l’arte, ci chiederemo ancora, che cosa c’entra con tutto questo?

L’arte come la psicoanalisi, come la scienza e la religione ha il suo posto in queste questioni. Sono questi i campi dell’esperienza e del sapere che ruotano, come indica Lacan, intorno a ciò che, nell’essere che parla, strutturalmente manca.

Siano immagini, siano parole, siano atti che si vogliono ricercare nelle azioni-terapeutiche di cui si fa esperienza si rappresenta sempre, per tentativi ed errori quella mancanza, quel buco, quel vuoto che muove il desiderio e fa essere il soggetto.

“Amore”

……

Poi venisti tu

Coi tuoi modi strani

Non proprio umani

E mi facesti piangere

E non t’importava il pianto

Dicesti solo: il gioco è finito

E aspettasti

Che tutte le mie lacrime si trasformassero in

Gioia.

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Torey L. Hayden, Una bambina, Super Pocket 1998 (One child, 1980) pag. 230

ibidem, p. 112

Torey L. Hayden, Una Bambina, ed. TEA 1980 R.L. Libri (One child, 1980 – 1993 Casa editrice il Corbaccio, Milano, pag. 164

ibidem.