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Abbozzo di ontologia zoopatologica

L’essere raglia recalcitra
Non conta che abbia qualche foglia sulla capoccia
Cioè qualche laurea
O toga stola doga o qualche altra parola (o-a)
è sempre una bocca che tutto divora
Un io allo sbando un tubo senza toppa o tappo
Solo un albatro si eccettua
Non ancora caduto sulla tolda tra la ciurma sulla prua
O sulla poppa e vola e palpita
(l’essere non è un albatro)

 

Paolo Gerosa

 

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Un lettore della poesia “Abbozzo di ontologia zoopatologica”

È curioso che una poesia porti nel titolo il rapporto tra due termini che ti aspetti in un trattato scientifico: “Ontologia zoopatologica”. Un rapporto che potrebbe essere pensato come contraddittorio, come un paradosso. La vita o c’è o non c’è.  Se invece la scienza se ne occupa allora vuol dire che il discorso sull’essere può evidenziare anche la sua radicale patologia. Ma la patologia animale non è sovrapponibile alla patologia dell’essere, almeno non completamente. Questo i poeti lo sanno molto bene. C’è un sottile e forte rapporto tra albatro e poeta, prima ancora che tra l’essere e l’albatro, come ci insegna, nell’ultima strofa della sua poesia, Charles Baudelaire intitolata L’albatros:

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

Prima di riuscire a capire che può volare come l’albatro, l’essere raglia, recalcitra etc. L’essere parlante nasce già così marcato dal sintomo che lo accompagna nella vita, che trova da solo il modo di infilarsi o meglio di cadere, di precipitarsi nell’antro zoologico illudendosi invece di elevarsi con tutti i suoi saperi. Saperi che lo illudono di volare nelle illusioni più vertiginose mentre non vive che per divorare e sbandare come una canna al vento degli interessi i più avidi e narcisistici che gli impediscono di incontrare la conoscenza. L’eccezione però esiste e il volo è possibile a condizione che la caduta sulla “tolda” sia riscattata in qualche modo. L’esse non è un albatro. Non ha solo un’azione da compiere, con il suo volo, lo aspetta un incontro da accettare con la sua consapevolezza da ritrovare.

Giuseppe Oreste Pozzi