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Till we have faces

Prima che fossero volti non solo un delicato debole volgersi
erano corpi messi in fila le nostre vite
come valigie stipate nella stiva di un autobus
nelle albe ci aspettavano processi
la sera condanne quando il fuoco si spegneva
prima che si volgessero
prima che si posassero
negli occhi
di un mite
(s)confitto su una croce

 

Paolo Gerosa

 

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Un lettore della poesia “Till we have faces”

Il volto è sempre una immagine forte. Perdere la faccia è come perdere la propria umanità. Essere inchiodato e (s)confitto sulla croce offre il segnale di una umanità talmente scolpita da diventare la pietra angolare di un punto di non ritorno  per ciò che c’è di più umano. La faccia di un uomo che diventa VOLTO e, quindi, ri-volto verso tutti gli esseri parlanti salvati nella e sulla scultura della croce. Sono proprio gli occhi che si rispecchiano nel mito del mite che determinano il gran riscatto infondendo vita nei corpi che ora palpitano la propria esistenza. Il bus come metafora del viaggio di corpi morti ed inerti come valige, si può trasformare nel luogo che accoglie il respiro magari sofferente ma vitale.

Giuseppe O. Pozzi