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Un grande Brigantino: dal mito al rito. Ovvero: Il dono simbolico ed i suoi effetti clinici e di civiltà per una nuova funzione della Marina Militare.

I ragazzi di Artelier

I ragazzi di Artelier

 

Premessa

L’obiettivo principale che ci eravamo prefissati mandando in navigazione sul Brigantino Nave Italia i pazienti e gli operatori di Artelier è stato ampiamente raggiunto e ben al di là delle nostre stesse aspettative. Che cosa intendiamo dire? Artelier si occupa di bambini ed adolescenti autistici e psicotici gravi e l’obiettivo complesso dell’attività della cura è sostanzialmente legata alla motivazione soggettiva e cioè al desiderio etico degli operatori, uno per uno.

I buoni risultati clinici che si ottengono con i giovani pazienti è sempre un effetto di questa posizione etica degli operatori. La questione di base, per noi, è sempre stata, in effetti, come permettere ai nostri ospiti (pazienti) di passare una settimana che li possa distrarre dalla concentrazione che hanno sui propri sintomi dimostrando loro che possono fidarsi ed affidarsi ad operatori non capricciosi ma rigorosi? Di quel rigore effetto di una grande partecipazione desiderante ed etica ad un tempo?

Questa risposta l’abbiamo potuta incontrare, non a caso, proprio sul Brigantino Nave Italia e, in particolare, con l’equipaggio della Marina Militare ed il suo comandante.

 

L’importanza clinico-strategica della Marina Militare Italiana

Perché la Marina Militare al servizio di un programma per il terzo debole della società? La Marina militare è alla ricerca di una nuova identità? Le comunità terapeutiche sono alla ricerca di un nuovo metodo terapeutico-riabilitativo? Non si tratta di cercare un nuovo metodo ma di investire nella formazione etica ed istituzionale al di là dei protocolli per la misurazione dei risultati fenomenologici. Ecco quanto si legge dal Bilancio Sociale di Tender To Nave Italia del 2015: … hanno veleggiato su Nave ITALIA oltre 4000 persone, marinai speciali che hanno sfidato vento, onde e regole militari per riscoprire dentro se stesse la capacità di fare, imparare, convivere e gioire, nonostante tutto. Una buona clinica ha che fare, dicono S. Freud e J. Lacan, con il saperci fare degli operatori. Un saperci fare che permette di non entrare in angoscia proprio per curare l’angoscia esistenziale degli ospiti in cura. La grande sinergia che si è creata tra operatori formati e marinai di Nave Italia testimonia che questo connubio non solo è possibile ma offre anche opportunità cliniche utili e preziose. Cinque giorni di navigazione alla ricerca della propria stessa identità come è giusto che sia per tutte le navigazioni esistenziali di ciascuno di noi.

 

I presupposti dell’esperienza sul Brigantino Nave Italia

Si è trattato di un’esperienza di riabilitazione intensiva e preziosa che ha avuto degli effetti salutari sia su chi consideriamo pazienti sia per gli operatori ed i militari presenti ed al loro servizio. Sedici ragazzi, sei operatori e ventun marinai della Marina militare. Le istituzioni sanitarie di controllo possono anche essere scettiche e considerare il viaggio in barca una costosissima stravaganza anche se trattano il progetto come un normale evento da controllare secondo i normali standard strutturali e gestionali. Quello che conta è che ci sia il DVR della barca in regola, il numero e la tipologia di operatori previsti dalla norma, una programmazione per le emergenze e le crisi etc. Neppure l’immaginario del viaggio in un brigantino più grande del mondo cattura la loro percezione ed anima il loro entusiasmo. Proprio questa posizione un po’ burocratica è preziosa per noi. Ci insegna ad essere prudenti, cioè a studiare bene come tradurre in pratica il lavoro terapeutico-riabilitativo che ci aspetta. Ci troviamo in uno spazio viaggiante, tale cioè che taglia, simbolicamente tutti i legami familiari ma al contempo costringe tutti a trovare un proprio posto simbolico di convivenza “forzata” nel viaggio che diventa il nuovo discorso per tutti. Il progetto dell’imbarco, in effetti, viene organizzato proprio per poter dimostrare che in un luogo che offre ai nostri ragazzi un ruolo ed un posto utili al viaggio stesso (cioè al discorso nuovo per tutti) le crisi non ci saranno o saranno comunque contenibili proprio perché si tratta di un progetto che non solo ri-conosce i soggetti, uno per uno, ma li valorizza offrendo loro anche le opportunità concrete per dimostrare, magari, le competenze ancora inespresse.

 

L’esperienza raccontata dagli operatori

La navigazione è iniziata a Salerno e terminata a Civitavecchia passando attraverso mare molto mosso che ha fatto provare a tutti anche un bel mal di mare. Ognuno si è dovuto arrangiare con i secchi per vomitare. Anche per questo l’esperienza del Brigantino è stata, per i ragazzi, molto importante. Per diversi di loro il trovarsi in un ambiente esterno e il doversi adattare ad un sistema con regole ed organizzazioni nuove ha prodotto movimenti soggettivi rilevanti. La separazione per sei giorni dal nucleo famigliare e dalla più generale routine di vita quotidiana è certamente stata la componente principale che ha fatto emergere elementi e dinamiche che dovremo imparare a conoscere meglio. Tutti i ragazzi, anche quelli che hanno subito le maggiori fatiche e difficoltà, hanno ora il ricordo di aver fatto una bella esperienza e la felicità di averla vissuta (oltre al desiderio di ripeterla!). È emerso in modo evidente, per esempio, come il fare, il muoversi, il concentrarsi e l’impegnarsi in un’attività sia fondamentale ed a volte necessario, per frenare l’emergere di malesseri fisici e psicologici (ad esempio atelier come ballo o playlist sono riusciti, in barca, a “far dimenticare” il mal di mare). Un altro elemento importante, che ha pienamente funzionato, è stato l’incontro, tra i ragazzi dei diversi Centri ed i marinai, tanto che all’ultimo giorno si aveva la sensazione di formare un unico gruppo, senza più le distinzioni tra ragazzi di Cerro, di Milano e di Cuggiono. Anche i marinai hanno favorito la costruzione di questa unica grande squadra, ad esempio sedendosi in mezzo ai ragazzi durante i pasti, mischiando i colori della divisa con gli abiti dei ragazzi e degli operatori. Nei giorni di navigazione sono emersi elementi distintivi della soggettività dei ragazzi da prendere in considerazione per rimettere al lavoro sia i ragazzi sia gli operatori una volta rientrati nelle proprie sedi. Il rito della consegna del titolo di “Marinaio di Nave Italia” a tutti i ragazzi ed a tutti gli operatori è stato un altro segno di riconoscimento simbolico prezioso, che ha permesso ai ragazzi di accrescere anche la propria autostima.

 

Una riabilitazione desiderante

Il desiderio è indistruttibile ed è l’essenza dell’uomo ma deve essere trovato ed interpretato. Il desiderio del soggetto, cioè, è sempre alla ricerca della sua stessa interpretazione. Il viaggio sul Brigantino è stato un viaggio per il riconoscimento del desiderio del soggetto (pazienti, ospiti, operatori, marinai …). Di fatto il gruppo di operatori che ha partecipato alla navigazione è tornato ai propri Centri di cura con una energia ed una  motivazione contagiosa anche per gli operatori che sono rimasti a casa. Non potevamo ottenere un miglior risultato.

Grazie ad Antonella Tosetti, Grazie al Comandante Giovanni Tedeschi e grazie a tutti i Marinai.

 

GRAZIE ROTARY!!!!

 

Giuseppe Oreste Pozzi, Direttore Clinico di Artelier-Onlus (Cerro Maggiore, Cuggiono, Milano; Busto Arsizio (Va))